Cyberbullismo — cause profonde

Video disponibile: https://youtu.be/i7s2sg--3nA

Nel post della scorsa settimana ho delineato alcuni approcci al problema del cyberbullismo.

Interventi sul caso particolare, in forma repressiva o riparativa, e interventi di prevenzione che informano, ma che qualche volta lavorano molto sulle nostre emozioni, generando un clima di ansia e di paura.

Informazione invece si deve intrecciare con responsabilità e partecipazione come possibilità di stare in Rete e di renderla migliore.

In questo senso sono convinto che intervenire sulle cause del fenomeno cyberbullismo sia la possibilità più lungimirante.

Ma quali possono essere le cause?

Schematicamente mi sembra di poterne identificare 3:

prima condizione: una rabbia di fondo che il bullo o cyberbullo porta con sé e che certamente trae origine dal contesto, probabilmente con vissuti di inadeguatezza, emarginazione, solitudine;

seconda condizione: l’analfabetismo emotivo cioè l’incapacità di leggere ed esprimere ciò che si prova;

terza condizione: l’assenza di empatia che discende dalla condizione precedente. Se non sono in grado di comprendere me stesso, tanto meno saprò interessarmi e comprendere gli altri.

Non è un caso che spesso bulli e cyberbulli si giustifichino dicendo “era solo uno scherzo”. Non c’è la consapevolezza delle relazioni.

Proviamo allora a immaginare alcune strategie per lavorare sulle cause che abbiamo elencato.

Lavorare sulla rabbia può essere molto difficile perché se il contesto presenta dinamiche, equilibri, di fronte ai quali il soggetto sviluppa la rabbia, anche come energia di difesa, è probabile ci si trovi in un circolo vizioso e non è scontato romperlo.

Cosa potrebbe accadere che disinneschi questa rabbia?

Potrebbe accadere che il ragazzo incontri un altro contesto, con dinamiche diverse, dove certi comportamenti non siano necessari, dove sostanzialmente la persona si sente bene, come fino a quel punto non aveva avuto occasione di percepire. E non solo si sente bene, ma per la prima volta si sente diverso, scopre la possibilità di essere altro da ciò che aveva iniziato a impersonare e dall’immagine che compagni, docenti, adulti, gli avevano rispecchiato.

La cosa più bella che può capitare a questo ragazzo è di riuscire a portare questo nuovo sé anche nel contesto originale, dove fino a quel momento aveva manifestato un comportamento inadeguato, non funzionale.

Potrebbe anche accadere che questo cambiamento avvenga nel contesto originale, ma a patto che ci sia un incontro significativo.

Potrebbe essere un docente, che riesce a mandare al ragazzo, alla ragazza, un’immagine nuova, non cristallizzata.

Il giovane si sente riconosciuto in qualche cosa, inizia ad aprirsi, inizia a sentire dentro di sé la possibilità entusiasmante del cambiamento.

Non c’è più la chiusura che porta allo scontro, alla violenza verbale o fisica. C’è invece una nuova percezione di sé e non c’è più bisogno di investire energie nell’attacco, nella dimostrazione di potere.

Oltre alla rabbia, ci sono ancora le altre due condizioni:

-l’intelligenza emotiva personale, grazie a cui sento ciò che provo

-l’empatia che mi permette di immaginare le emozioni degli altri e di risuonare con loro.

Come potremmo lavorare su queste due condizioni?

Alcune idee.

Lavorare con la narrazione. Libri, storie, aneddoti, film, hanno un enorme potere.

Ci fanno vivere la vita degli altri emozionandoci. E spesso nelle storie capiamo intuitivamente ciò che non avremmo capito in un discorso logico e lineare.

Attenzione però al moralismo e al riduzionismo culturale. Quando di una storia facciamo la sintesi morale siamo fuori strada. Oppure se leggo, spiego, una storia con l’intento di condensarla in un contenuto trasmissibile, la impoverisco.

Pensate un po’ se andaste al ristorante e vi servissero del cibo premasticato: fate prima a mangiarlo, ma fa schifo.

Così potete arrivare a conoscere molte storie, magari le ricordate e le possedete come fossero oggetti da museo. E’ una cultura dell’erudizione, non una cultura generativa. Ma la parola “cultura” nella sua etimologia è atto del coltivare,ed esprime di per sé l’essere generativi.

Un’altra strategia: gestire veramente i conflitti. Molte volte il conflitto non si gestisce, il più forte prevarica il più debole, oppure ci si risponde in un crescendo di ripicche che sedimenta rancore;

altre volte, di fronte a un conflitto bisogna “fare la pace”. Probabilmente è una terza persona che invita alla pace. “Forza, forza, datevi la mano e fate pace”. Qualche volta si invita frettolosamente al perdono: “Chiedi scusa e tu perdonalo”. Come se bastasse un colpo di spugna e soprattutto senza elaborare veramente il conflitto.

Prendiamolo in mano invece il conflitto, ascoltiamo veramente le parti in causa, proponiamo mediazioni intelligenti, aiutiamo a disinnescare le interpretazioni delle parole e dei gesti che rispecchiano i nostri schemi mentali, non ciò che l’altro vuol dire. Per far questo bisogna formarsi e allenarsi in prima persona, non si può demandare a poche figure specializzate.

Ultima strategia: lavorare sulle relazioni di gruppo. Abituare i bambini prima, i giovani poi, alle dinamiche di gruppo.

Lavorare con il corpo, con lo sguardo, con il gioco cooperativo, aiuta a scoprire gli altri come persone, portatrici di ricchezza.

Partecipare a laboratori in cui si intrecciano movimento, narrazione, condivisione, permette di sperimentare potentemente la forza, la vibrazione che si genera nell’incontro con gli altri.

E dopo averlo provato è più difficile rivolgere verso il prossimo le nostre rabbie distruttive;

Personalmente cammino su queste vie nella convinzione che facciano più bella la vita di chi le sperimenta. Nei momenti di laboratorio rivolti ad alcune classi già nella scuola primaria ho potuto vedere lo stupore e l’emozione di bambini che guardavano i loro compagni di classe, conosciuti per più di 4 anni, con occhi improvvisamente nuovi.

Grazie della vostra attenzione!

A presto con Proposta Pedagogica! Più pedagogia, più vita.

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Andrea Novella - Proposta Pedagogica
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Pedagogista, propongo spunti di riflessione pedagogica per educare ed educarci, per poter crescere ad ogni età.